“Non possiamo prevedere i terremoti, ma sappiamo dove avverranno quindi agendo preventivamente nelle zone più pericolose si costruisce con qualità superiore. Per esempio, se volessi pianificare l’espansione urbanistica dell’abitato di Augusta, eviterei di concentrarmi nella zona delle saline e andrei a cercare substrati rocciosi più compatti”. Così l’augustano Marco Neri, primo ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e dal 2020 vice-commissario per la ricostruzione dei Comuni della Città Metropolitana di Catania colpiti dal terremoto del 26 dicembre 2018 ha concluso la conferenza su “Vulcani, terremoti e tsunami nella Sicilia Orientale: insidie nascoste dagli abissi del mare” che si è svolta nei giorni i scorsi al circolo ufficiali “Vandone” della Marina militare di Augusta, promossa dalla sezione Brucoli-Augusta della Lega navale italiana guidata da Andrea Neri.
Il geologo megarese ha sottolineato che l’unica difesa dai terremoti è quella passiva, cioè pianificare con intelligenza nei territori più soggetti, così come che i maremoti in Sicilia sono qualcosa di potenzialmente devastante e “sarebbe il caso che prima o poi si cominciasse a pensare, soprattutto nella dislocazione degli edifici strategici come scuole, ospedali e caserme e ad approcciare una volta tanto questo problematiche con serietà, senza forzare da un punto di vista politico”.
Ha spiegato che il mare copre due terzi della superficie terrestre e nasconde le stesse morfologie, montagne e valli sulla superfice, con la caratteristica che coprono le catene montuose sul fondo degli oceani che non si vedono. A queste catene montuose corrispondono i margini delle faglie che si muovono generando terremoti e vulcani, le più importanti placche tettoniche sono sette e altre sette-otto sono più piccole. L’ Italia è proprio una di queste zone di contatto tra placche dove si formano i terremoti e i vulcani non stanno solo sulla terraferma come l’Etna ma anche nel fondo del mare, quiescenti come il Marsilio.
“La storia del fianco orientale Sicilia parte da almeno dieci milioni di anni quando il vulcanismo era concentrato nei monti Iblei e l’Etna non c’era, l’Etna è attivo da 500 mila anni e il primo uomo che ha calpestato la Sicilia si è confrontato con una biografia dei luoghi tutto sommato come la nostra”- ha detto illustrando le varie tipologie di onde che scaturiscono dai terremoti, il più importante dei quali negli ultimi 1000 anni è stato quello del 1693 nella Val di Noto, che ha colpito la Sicilia orientale e causato più di 50 mila morti.
“Nel nostro territorio il terremoto che ci ricordiamo di più è quello del 1990, di magnitudo 5.6, neanche tanto forte però ha prodotto danni così grandi proprio nella zona di Augusta. – ha aggiunto- il Monte è fatto di rocce calcaree compatte e le case costruite sopra soffrono poco perché le onde sismiche non si amplificano particolarmente. Mano a mano che ci si sposta verso la costa e la zona della saline, dove è stata costruita la Borgata, i terreni diventano saturi di acqua e le onde sismiche si propagano aumentano la loro ampiezza e producendo i danni che noi abbiamo potuto registrare nel 1990 alla Borgata, quindi questa zona è più soggetta ad avere conseguenze anche di terremoti piccoli”.
Le conseguenze arrivano anche dall’impatto dei maremoti che possono essere create da terremoti sottomarini, da una frana sottomarina, da eruzioni vulcaniche o anche dalla caduta di qualche meteorite, come quello che, sempre nel 1693, ha devastato la rada di Augusta: “si stima che quell’onda di maremoto è arrivata ad altezze superiori ai 15 metri, considerato che noi ospitiamo nella rada un polo industriale molto importante nella rada forse così tranquilli non dovremmo stare. La rada di Augusta e l’ Isola, la Borgata e poco la zona di Brucoli sono esposti a maremoti, anche piccoli, una cosa da prendere in considerazione” -ha proseguito Neri che, con l’ausilio di immagini, ha mostrato anche le simulazioni che i ricercatori dell’Ingv fanno basandosi su dati per cercando di individuare scenari attesi e fornire così alla Protezione civile quegli elementi necessari per fronteggiare i fenomeni.
E a proposito dell’Etna – il vulcano “buono”- ha raccontato dell’ultima eruzione finita qualche settimana fa sostenendo che non sia stata particolarmente pericolosa perché queste eruzioni tendono a fermarsi prima di arrivare nelle città perché si raffreddano, anche se la lava a contatto con la neve può esplodere e se qualcuno si avvicina troppo potrebbe avere problemi. Il ricercatore megarese ha poi concluso sottolineato l’importanza della prevenzione ma anche della necessità “di non costruire case in zone sopra le faglie, dove nessun immobile potrebbe resistere ad un terremoto, come sono le “zone gialle”.
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